"per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità"

Renzi, il lavoro e la Costituzione

Renzi non sapendo bene che dire suggerisce “il lavoro di cittadinanza” in quanto unica risposta costituzionalmente valida alle proposte di reddito di cittadinanza. [Disclaimer: non sono una redditista e la discussione è più lunga di un breve post.]

La questione è che Renzi che si appella all'art.1 della Costituzione è lo stesso che:

- se ne infischia di tutti gli altri diritti costituzionali a tutela dei lavoratori e del lavoro, tipo l'art. 36.

- ha approvato il Jobs Act,

- ha approvato il decreto Poletti,

- ha approvato la Naspi che è un assegno di disoccupazione che discrimina proprio chi sta peggio, chi è più precario,

- non ha smontato la riforma fornero sulle pensioni,

- ha regalato 20 miliardi dei lavoratori che pagan le tasse alle imprese,

- ha approvato una riforma delle politiche attive che è la fotocopia conmaggiore discriminazione del fallimento del decennio, cioè la Garanzia GIovani,

- non ha (insieme ai suoi sodali) nessuan idea su come si crea lavoro e di qualità e infatti:

- ha approvato alternanza scuola-lavoro in cui centinaia di migliaia di studenti vengono fatti lavoare gratis in grandi multinazionali della ristorazione, del commercio al dettaglio, a raccogliere cozze o pulire giardinetti,

- non ha un piano industriale, perché alla creazione di lavoro ci pensano le imprese, che poi sono le stesse che domandano più lavoro a voucher che con un contratto di lavoro, perché tanto la formazione, la sicurezza, i diritti previdenziali ed assistenziali non sono di loro competenza,

- ha approvato il pacchetto Minniti dove si obbligano gli immigrati al lavoro gratuito

- NON ha ancora fissato al data dei referendum sul lavoro!

- e se volete continuo.

Però per favore, il lavoro è una cosa seria, ma soprattutto se non ricominciamo a parlare di produzione, chi come quando e perché allora il diritto del lavoro rimarrà appannaggio di questo capitalismo straccione.

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La dissociazione tra il Ministro Poletti e la dignità del lavoro

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro (ancora, nonostante tutto) durante l’Assembla Nazionale del Pd sostiene che i populismi non hanno trovato la soluzione a come restituire dignità al lavoro, di fronte alla trasformazione della produzione in atto. Da tre anni Ministro però ha ben dato prova di come nei fatti è possibile ridurre e spesso annientare quella dignità: con il Jobs Act, che ha cancellato la tutela reale cioè l’articolo 18, che ha monetizzato il diritto al lavoro con un indennizzo. Come se quella dignità fosse uno dei tanti beni e servizi che la tecnologia può produrre. L’ha annientata estendendo il tetto massimo all’uso dei voucher, avallando il sistema delle cooperative nel mondo degli appalti e dei subappalti in quei settori dove lo sfruttano della mano d’opera dei lavoratori è feroce. E sono gli stessi settori in cui la risposta alla rivendicazione di maggiore dignità si risponde con i manganelli, con i camion che schiacciano e ammazzano operai in lotta.

Poletti concorda con Bersani secondo cui il ceto medio è in crisi ed è stritolato. E allora fa prima gli esempi del metalmeccanico e del muratore e poi dell’impiegato di banca. Ecco lo stravolgimento culturale è tutto qui. Il metalmenccanico e il muratore non sono ceto medio, sono classe lavoratrice, di matrice operaia. Lo stesso vale per un pezzo dei colletti bianchi, come l’impiegato delle poste o di una filiale di banca.

Ma il chiodo fisso del ministro è la sua relazione sentimentale con le imprese, di cui ha una smodata visione ottimista, se non adulatrice. Secondo Poletti infatti, “senza le imprese non abbiamo il lavoro. Abbiamo bisogno di imprese che nascono che crescono che si spostano”. Ha ragione quando dice che il problema è culturale, ed è un problema tutto suo. Perché la scuola, la sanità non sono imprese, lo Stato e l’amministrazione non sono imprese. E poi ancora più importante, le imprese lasciate al loro laissez faire non sono in grado di garantire l’innovazione di cui abbiamo bisogno, il lavoro di cui abbiamo bisogno, per qualità e quantità. E lo dimostrano i fatti che il Ministro si ostina ad ignorare: in Italia il tasso di investimento in innovazione è tra i più bassi d’Europa, la capacità di generare occupazione è nulla quando non drogata dai venti miliardi che senza alcun vincolo hanno messo su un piatto d’argento con gli sgravi contributivi. L’avidità con cui le imprese estraggono profitti sulle spalle dei lavoratori è un atto incontrovertibile del capitalismo, come lo è la loro finanziarizzazione a spese della produzione e degli investimenti.

Per terminare, il Ministro rivendica l’alternanza scuola-lavoro come grande atto del governo in questi tre anni. Un’idea ben funzionale all’adulazione di un tessuto imprenditoriale straccione che più di ogni cosa brama manodopera  a basso costo o meglio ancora gratuita. A questo serve nei fatti l’alternanza scuola lavoro in cui giovani alle soglie del diploma e laureandi sono obbligati a svolgere centinaia di ore presso aziende e imprese di qualsiasi tipo: camerieri da Mc Donald o commessi da Zara, ma anche raccoglitori di cozze. Non potrebbe essere altrimenti in un Paese che ha rinunciato e dismesso ogni visione sul che fare, sul governo dei processi produttivi. Rimarranno solo i camerieri d’Europa e l’Italia un grande magazzino alle spalle di un mega bar ai piedi di un centro commerciale.  E non è un caso se ancora oggi il ministro del lavoro è un signore che può permettersi di dire che il disastro è stata “L’idea secondo cui la cultura è la cultura, il sapere è il sapere che non deve entrare in contatto con l’impresa.”

Il sapere è sapere che può essere anche applicato al rapporto con le imprese, ma di certo non può essere confinato e funzionale ad esse. Il sapere e la cultura sono strumenti di democrazia e libertà, non fattori strumentali al profitto, come invece il ministro tende a pensare.  E proprio nel rapporto tra formazione sapere e imprese che la visione del ministro inciampa e si svela: la promozione del lavoro precario e del lavoro gratuito è la negazione della responsabilità delle imprese in materia di formazione continua. Basterebbe riportare il Ministro a studiare i classici del pensiero italiano in materia del lavoro, come Bruno Trentin. E citerò Bruno Trentin per rispondere all’ultimo punto del discorso del ministro, cioè l’esaltazione della meritocrazia. Scrive Trentin nel 2006

“In realtà, sin dall’illuminismo, la meritocrazia che presupponeva la legittimazione della decisione discrezionale di un «governante», sia esso un caporeparto, un capo ufficio, un barone universitario o, naturalmente un politico inserito nella macchina di governo, era stata respinta.

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. […] Con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante; e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale.

Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa.”

Infine, il Ministro apre sui voucher sperando ancora una volta di disinnescare il referendum e sostiene che i buoni lavoro vanno riportati alla loro funzione originaria, escludendo l’uso per le imprese, che dovrebbero usare i contratti di lavoro già previsti del diritto del lavoro. A parte che l’abrogazione dei voucher deve riguardare anche la pubblica amministrazione, continuo a sostenere che è incostituzionale usare come strumento di regolazione dei rapporti di lavoro qualcosa che non dà alcun diritto assistenziale, né riconosce ferie e malattia retribuite e che prevede un irrisoria contribuzione previdenziale, quel 13% incluso nel costo dei voucher. I referendum non potranno essere disinnescati per il semplice fatto che costituiscono il portato minimo della rivendicazione di intere generazioni contro quella dignità negata di cui anche il ministro Poletti è responsabile.

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La mia lettera aperta al Ministro Poletti.

Caro Ministro Poletti,

le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.

Siamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole sono importanti, e lei non parla bene.

Non da oggi.

A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.

Continuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le imprese”, era il 18 aprile del 2016.

Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in realtà molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e vinci.

Parlo dei voucher, Ministro.

E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno fortunato esiste. Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori. L’hanno ammazzato in Egitto perché studiava la repressione contro i sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul tavolo, perché Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti miliardari?

Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016 sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è ministro, ne sono stati venduti 265.255.222: duecentosessantacinquemilioniduecentocinquantacinquemiladuecentoventidue.

Non erano pistole, è sfruttamento.

Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa. È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente, perché faceva il saldatore a voucher. Oggi, senza quattro dita, lei gli offrirà un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di lavoro privata. Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perché tanto dobbiamo essere competitivi.

Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.

Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.

Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame.
Quelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio fratelli morire ammazzati sotto un tir perché chiedevano diritti contro lo sfruttamento. Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato, quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va tutto bene perché almeno le sigarette posso comprarle”.

Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o sempre più spesso ci ritornano, perché il suo governo come altri che lo hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il piano casa.

È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.

È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità di un reddito che garantisca a tutti dignità.

Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17 milioni di italiani a rischio povertà, quattro milioni in condizione di povertà assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di civiltà.

Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.

E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci.

I colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio- tanto ci sono i voucher- e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle tasse sui profitti. Così potrete sempre venirci a dire che c’è il deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e dobbiamo anche smetterla di lamentarci perché, mal che vada, avremo un tirocinio con Garanzia Giovani.

I colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università, che avete approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a lavorare da McDonald e Zara.
Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici. Le risponderanno che questa vita fa schifo. Però ecco: a differenza di quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono pagati.

Ma il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.

Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate lavorare a gratis.

A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui lei dichiara che dovreste “offrire loro l'opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare”.

La cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità, competenze e saper fare.

Perché io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere capacità, competenze, saper fare. Molti altri fanno la stessa cosa ma esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati. Fin qui però io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità di essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro che magari l’anno prossimo dovranno restituire perché troppo poveri.

Non è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità se non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza rappresentanza. Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che l’opportunità va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.

Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perché questo succede quando si mette davanti il merito che è un concetto classista e si denigra la giustizia sociale.

Perché forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione sempre più cara. E sono sempre di più, Ministro Poletti.

Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato l’affitto all’università finché hanno potuto.

Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o all’estero. Chieda scusa a loro perché noi delle sue scuse non abbiamo bisogno.

Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione, la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a discapito di noi molti.

Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione di qualsiasi spazio di partecipazione.

E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia è la stessa.

Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.

E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.

Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il mondo del lavoro, ci chiami pure. Se vi interessasse, chissà mai, ascoltare.


Versione originale pubblicata sul sito de L’Espresso, qui

Taddei e il contenuto definitorio dell’identitàdel PD.

Se c’è una cosa che quelli del PD ci aiutano a capire è perché bisogna considerarli avversari politici senza esitazioni. Altro che alleanze, campi larghi, finestre socchiuse. Avversari perché sostenitori di un’idea di società in cui chi governa usa il proprio potere per sbilanciare ancora di più i rapporti di forza contro chi sta peggio, per aiutare chi dentro e fuori i luoghi di lavoro detiene già enorme potere, chi ontologicamente vive avidamente avallando lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

Ennesima conferma arriva dal consigliere economico del PD, Filippo Taddei, in un’intervista sul resto del Carlino a proposito dei referendum abrogativi del Jobs Act.

“Il senso del Jobs Act è tutelare sul serio i lavoratori e superare la precarietà come porta d’ingresso nel mercato”

Ovviamente un’affermazione al limite del surreale se si pensa che grazie al Jobs Act e la riforma Fornero la porta d’ingresso nel mercato del lavoro per i più giovani è oggi il lavoro a voucher , se non un tirocinio attraverso la Garanzia Giovani. Di serio qui c’è solo la disperazione.

“Con le carriere più discontinue, potevamo pensare di proteggerli utilizzando le regole del passato, pensate per un lavoro per la vita come l’art.18?”

Delirio. Le carriere discontinue sono frutto della foresta di contratti di ogni tipo sempre meno tutelati che le linee guida di tutte le riforme del mercato del lavoro dal 1997 hanno prodotto. La ripetibilità dei contratti a tempo determinato, sempre più brevi, i contatti di collaborazione usa e getta, i voucher, i contratti a chiamata.  Da un lato quindi l’instabilità lavorativa non è un evento ineluttabile, è la conseguenza della trasformazione dell’idea di lavoro, del suo portato all’interno dei processi produttivi economici e sociali. Dall’altro lato, anche quando l’instabilità lavorativa deriva da una situazione esogena o tecnica, non è chiaro come il Jobs Act e i suoi articoletti abbiano ampliato la tutela dei lavoratori dal momento che ad esempio l’assegno di disoccupazione condizionato alle settimane lavorate penalizza proprio coloro che hanno carriere più discontinue. Infine, “per un lavoro per la vita come l’art.18” è una dichiarazione al limite dell’onestà intellettuale: l’articolo 18 protegge il lavoratore in modo sostanziale contro licenziamenti illegittimi garantendo il diritto al reintegro sul posto del lavoro. Non ha nulla a che fare con l’eternità di quel lavoro. Bisognerebbe conoscerlo il mercato del lavoro italiano per sapere ad esempio che esiste enorme mobilità proprio tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato pre Jobs Act. L’introduzione del contratto a tutele crescenti invece riduce se non elimina proprio l’incentivo per coloro che sono tutelati di cercare un lavoro diverso, perché rischierebbero appunto di trovarsi con un nuovo contratto senza tutele se non qualche mese di indennizzo.

“Il referendum avrebbe due effetti. Il primo è l’incertezza sulle imprese da 5 a 15 dipendenti, che mai hanno avuto l’articolo 18. Cosa devono pensare oggi quando decidono di assumere o meno?”

Capisco l’ossessione per la possibilità di licenziare, ma forse il modo di licenziare non dovrebbe essere tra le priorità di un’azienda o impresa che invece dovrebbe preoccuparsi molto di più di come e cosa produce, di quali investimenti fare, quali bisogni soddisfare. Forse l’azienda prima di pensare al licenziamento dovrebbe pensare se è sta coinvolgendo a dovere i lavoratori in queste fasi decisionali, quali spazi di dialogo, quale formazione mette a disposizione dei lavoratori, se li paga dignitosamente. Forse, prima di dire alle aziende quanto facilmente possono licenziare, dovremmo spiegare che l’azienda può non essere quell’entità verticista in cui il capo decide e gli altri eseguono. Ma certo son punti di vista.

Taddei continua sostenendo che seppure dovessero passare questi referendum comunque rimarrebbero meno contratti precari e una Naspi allargata a una platea molto più ampia. Piuttosto che ripetermi segnalo i due interventi che ritengo maggiormente esaustivi sulla questione Naspi.  Il primo scritto da me con Giacomo Gabbuti per Internazionale, il secondo di Michele Raitano per eticaeconomia.

“Sui voucher siamo già intervenuti introducendo un controllo sui tempi e luoghi di utilizzo”

Che siano oltre 10 milioni in dieci mesi solo nel 2016 non crea nessun imbarazzo a chi sostiene di voler combattere la precarietà. Non importa che i dati dicano che i voucher non fanno emergere lavoro nero, semmai ne creano di altro, nonostante per anni ci abbiano ammorbati con la necessità dei voucher come soluzione al lavoro irregolare. Nessun imbarazzo di fronte all’utilizzo dei voucher in tutti i settori produttivi e per le più svariate mansioni. Negozionismo nel non voler leggere quei maledetti dati sul mercato del lavoro che  affermano l’esistenza di oltre centomila lavoratori dipendenti pagati coi voucher dalla stessa azienda con cui hanno un contratto di lavoro subordinato. E questa è una pratica illegale di cui nessuno parla, né il govenro né le opposizioni.

E dulcis in fundo. “Questa riforma non è un mio patrimonio personale ma un contributo definitorio dell’identità del PD come forza riformista. Ne sono certo”.

Viene un po’ spontaneo prenderla per un attimo a ridere e ricordare quel 2 marzo in cui nonostante il pudore di qualcuno alzammo fieri il cartello “com’è triste la socialdemocrazia”. Quella italiana che manco esiste poi… Ma insomma la questione è molto più seria: se questa è la visione del Pd e lo è altrimenti non avrebbe votato dal Pacchetto Treu al Jobs Act, è necessario assumere una volta per tutte che non c’è spazio neppure di confronto con una tale forza politica. Soprattutto non è rimandabile dirci chiaramente che le tutele reali per i lavoratori devono essere diritto di cittadinanza, che lo sfruttamento è niente poco di meno che un crimine contro l’umanità, che l’ammissibilità delle scatole cinesi negli appalti per aggirare tutte le norme sul lavoro è di fatto la legalizzazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Così come non è rimandabile assumere in via definitiva che i referendum abrogativi promosso dalla Cgil (sì, non da tutta la Cgil nella realtà dei fatti, ma ce ne occuperemo strada facendo) sono solo il punto di partenza di certo non l’arrivo nel momento in cui ancora oggi in Italia non esiste una tutela al reddito universale, non esiste più alcuna democrazia all’interno dei luoghi di lavoro non soltanto per l’organizzazione del lavoro (dai tempi ai modi) ma anche alle scelte di investimento che poi si riversano non soltanto dentro i luoghi di lavoro ma sui tempi e i luogi di vita.

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Stavolta No, caro Prodi.

Caro Prodi, per quanto lei si consideri assolto rimarrà per sempre coinvolto.

Non solo di questo voto a favore di una riforma che è, nella natura, al limite dell'eversivo. condotta da un governo e un capo del suo partito (ha ancora la tessera?) che sta usando tutte le armi più becere per vincere, perché lei cretino non è, lei lo sa che a Renzi interessa solo vincere. Lei lo sa che la riforma è fondata su un'idea di governo autoritario.

Ma a lei, delle nostre vite non frega proprio niente.

E la dico così, semplice semplice. E sa perché? perché io vorrei che mi capissero tutti, anche quelli che non hanno studiato, anche quelli che non sono abituati ai linguaggi da pseudo colti. Sono gli stessi di cui a voi non è mai fregato niente, sono quelli che avete venduto prima con l'euro e ora con Renzi.

A lei non cambia niente se vince il No o il Sì, lei è al sicuro.

Noi no.

Lei non ha neppure l’onestà di dire che vota una riforma voluta da chi prima abolisce l’articolo 58 della Costituzione e poi manda in televisione una scheda elettorale per l’elezione del Senato la cui legge elettorale non esiste. Chi sprezza le istituzioni e l’intelligenza dei cittadini. Lei sta votando questo, ma appunto a lei che importa? A casa stanno tutti bene?

Noi no.

Noi siamo stanchi, siamo tesi, sentiamo il nervosismo e la tensione delle strade. Quell’irrazionalità diffusa che pesa, pesa e a volte fa anche un po’ paura. Sa, siamo quelli che il suo ministro dell’economia chiamò “bamboccioni”, molti di noi hanno smesso di andare a scuola, qualcuno ha perso due dita sotto una pressa mentre era pagato a voucher, molti sono disoccupati. Qualcuno sta facendo un dottorato. Altri a mille euro al mese non ci arrivano più. Sa qualcuno è tornato in provincia perché pagare l’affitto in città con questi salari era ormai impossibile. Però si ricorda, l’Imu sulla prima casa è stata tolta. Non hanno neppure reintrodotto la tassa sulle successioni. Non so se ha letto, ma siamo tra i Pasi Ocse, il terzo più diseguale. Lei forse, molto forse, non faceva più politica. Noi ci provavamo, ci proviamo tutt’ora, però non ci intervistavano, non ci intervistano.

Sa, quelli come noi hanno studiato a fondo questa riforma e temono solo una svolta autoritaria, non i mercati, consapevoli che i problemi dell’Italia sono altri. Un paio glieli ho raccontati. Noi non temiamo i mercati, noi votiamo liberamente. Votiamo per la democrazia e votiamo perché noi in fondo nelle istituzioni ci crediamo.

Lei sposterà molti voti, forse, e la gente penserà che ha ragione perché ha la faccia pulita, un’espressione docile. Però sa, dietro alla sua faccia bonacciona ci sono quelle scalfite dalla fatica, ci sono quelle sporche di grasso, esistono i bassifondi che le vostre facce rassicuranti hanno provato ad eliminare dall’immaginario collettivo. Sa, alcuni vivono nelle sue zone, vicino Piacenza. Fanno i facchini. Uno è pure morto mentre faceva un picchetto. Era un immigrato e difendeva i suoi colleghi, alcuni immigrati altri no.

Sa, lei potrà usare il suo nome per evitare una discarica sotto casa.

Noi no.

Forse non gliel’ho mai detto: io nel centrosinistra non ci ho mai creduto, anzi l’ho sempre temuto perché non è mai stato dalla parte dei più deboli, mai nella profonda sostanza. E non è un caso che da voi sia partita la profonda offensiva ai diritti dei lavoratori, e io questo me lo ricorderò a vita.

Noi siamo come quelli, addetti alla nostalgia, che la domenica delle salme  accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia, mentre voi siete sempre stati  quelli che hano annientato la politica col pensiero unico, lasciando nient’altro che i segni di una pace terrificante.

E sì, Prodi, lei ha insieme a molti altri la responsabilità storica di questa deriva che viene da lontano, che avete costruito lentamente. E in fondo siete anche coerenti voi nel votare sì, voi che avete preferito la stabilità dei prezzi ai diritti dei lavoratori. La velocità del capitale alla lentezza dei rapporti sociali.

Vorrei che fosse chiaro da che parte sta lei, casta, e da che parte stiamo noi, popolo che vorrebbe essere libero, anche dai vostri diktat.

#StavoltaNO

Segno della croce, lettura, padre nostro. Amen.

“Risultato che acquista maggior valenza se si tiene conto che la “Verga” ha preparato la fase finale in un palazzetto (se così si può chiamare), quello di San Giorgio, a dir poco squallido, con due ragazzi costretti a tenere i pali che reggono la rete per evitare che cadessero.” Nicola Arrigo commenta così l’argento nazionale della scuola media Giovanni Verga di Gioiosa Marea ai Giochi Sportivi Studenteschi. Era il primo ottobre 1999.

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Oggi, 29 novembre 2016, quella scuola media viene intitolata ad Anna Rita Sidoti, atleta scomparsa a causa di una grave malattia, campionessa di marcia che ha mosso i primi passi proprio in quella scuola. Come da tradizione, l’evento è stato accompagnato da una cerimonia istituzionale in cui la rappresentanza politica e burocratica locale, regionale e nazionale non ha perso occasione per augurare lunga vita all’”istituzione scolastica” e ai meriti di questo governo che sulla scuola - dicono- ha investito molto (sic!). Così il sindaco, così il  Sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone. Peccato che la realtà viva sempre da un’altra parte, così come lontana pare la via che incrocia la dignità umana e culturale, prima ancora che politica. A distanza di 17 anni, quel palazzetto ha visto solo l’intervento del tempo che scorre, a parte una delibera di modificarlo in edificio scolastico, i cui lavori non sono mai partiti. Stamattina guardandosi attorno, si potevano scorgere dei  fazzoletti al collo con su scritto “la scuola sono io”, era una silenziosa protesta di una minoranza, che non prende parola perché “lì ci devo stare ancora tanti anni, e ormai lo sai com’è”.

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(credits foto: anni60news)

Ma oggi era un giorno di festa, di celebrazione. Poco importa, non bisogna polemizzare. Neppure di fronte alla restaurazione che risucchia ogni speranza di sviluppo e progresso. Così, prima di tagliare il nastro, il Sindaco ha sentito perfino il bisogno di chiedere  “la benedizione di nostro Signore”, affidata al parroco locale in una preghiera a microfoni accesi. Segno della croce, lettura, padre nostro. Amen.

I pensieri si incrociano, la memoria mette a fuoco un’infinità di ricordi. Mette a fuoco la rabbia con cui siamo cresciuti, le emozioni del passato, le facce amiche e la ferma disistima verso molti che è poi una forma sincera di disprezzo.

In quella scuola, nel 1998 davamo vita a quello che sarebbe stato il primo sciopero della nostra vita, era anche il primo sciopero degli studenti nella storia di quella scuola. Preparammo i cartelloni nel salone di casa e la mattina dopo convincemmo i nostri compagni a non entrare, perché a scuola faceva freddo e i riscaldamenti non funzionavamo. Andammo a piedi davanti alla sede del Comune, ci sedemmo a terra per un po’. Non sapevamo che quello era tecnicamente un sit-in. Nel 1998, in quella scuola, durante l’ora di religione non si diceva la preghiera, si studiava storia delle religioni. E allora capisci che non è immobilismo, è proprio regresso. E il regresso ha nomi e cognomi, non capri espiatori, complici. Ma presenti.

Così, dopo gli applausi e i palloncini tricolore al vento, tutti dentro per la mostra sui successi sportivi di quella piccola scuola di provincia. Ed è lì che ho ritrovato insieme a molte foto ed altri articoli, il commento del professor Arrigo a quella finale in cui “La media Verga va ai giochi sportivi studenteschi e torna con l’argento”. La finale nazionale di pallavolo si concluse al terzo set 15-13 per le nostre avversarie.

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(una foto dell’epoca, io con la maglia numero 2.)

L’obiettivo dei compromessi: quella distanza siderale col PD

Oggi uno del PD mi ha detto che per governare serve scendere a compromessi e da questo dipende il compromesso di DeLuca. Ho mestamente in un impeto di rabbia risposto che con il metodo, che poi è l'anticamera di quello mafioso, non si fanno patti, né compromessi. Al che il mio interlocutore continua sostenendo che il buon Andreotti negli anni Sessanta e Settanta faceva i grandi compromessi per governare e fare le riforme. Che l'attuale Costituzione, quella che chi vota no vuole proteggere, è stata fatta da una grande mediazione tra le forze politiche.

Ho risposto dicendo che :

1. accostare i padri costituenti al patto Renzi_deLuca è quanto più di ignobile ci sia.

2. Che i compromessi e gli accordi fatti con l'obiettivo di migliorare la vita delle persone sono anche ammessi, ma mai mai mai i compromessi con la mafia e mai ancora di più quando questi compromessi hanno come obiettivo il potere, ormai chiamato governabilità.

3. Che negli anni Sessanta si facevano compromessi per portare avanti la programmazione economica (quella per cui era stato creato il CNEL) per garantire il diritto alla casa a tutti quelli che ne avevano bisogno, per aumentare i salari, per istituire il Sistema Sanitario Nazionale, pubblico e universale. Los tesso epr la scuola.

Perché forse quel che mi differenzia da uno del PD è proprio questo: io credo nella politica come strumento di liberazione, di progresso dei popoli. Non come strumento di dominio.

Ecco, le due visioni politiche che io contrappongo in questo referendum e che mi fanno credere una volta di più che il PD è avversario politico, senza nessuna mediazione possibile.

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Contro il terrorismo psico-mediatico.

L’ondata di terrorismo psico-mediatico è iniziata. A noi tocca rimanere lucidi e  rispedire ai mittenti la responsabilità politica di cause ed effetti.

1.       “Se vince il No, non si esclude il governo tecnico” (Renzi). Il governo tecnico, come ogni altro governo, per assumere la carica deve essere votato dal Parlamento. Nessuno può imporre contro la volontà del Parlamento un governo tecnico. È quindi una responsabilità politica. Se poi Renzi afferma l’inevitabilità del governo tecnico significa che ritiene il Parlamento non libero ma eterodiretto o peggio ancra inutile. Il Parlamento può votare contro il governo tecnico e quindi chiedere nuove elezioni.

2.       “Se vince il No allora il M5S”. Saranno gli elettori a decidere, sempre che sia loro garantito il diritto di voto (contrariamente a quanto fu con Monti e con Renzi che governa con una maggioranza che non era la vincente alle scorse elezioni e neppure il programma). La questione dirimente è che votare No al referendum significa eliminare la possibilità che il prossimo governo, qualunque esso sia, abbia nelle mai un potere sbilanciato. Va ricordato a Renzi (e tutti i sostenitri del Sì contro il rischio M5S) che la legge Italicum, che è come asso piglia tutto, è stata fatta da lui e dalla maggioranza che lo sostiene (a colpi di voti di fiducia), quindi la responsabilità politica è sempre di Renzi. Noi votiamo no per ribadire che chiunque governi dovrà farlo all’interno di regole più possibili democratiche che l’attuale Costituzione garantisce mentre quella che risulta dalla riforma Renzi-Boschi no.

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Uno tra i tanti motivi per cui Voto NO!

Lo scontro Renzi - Commissione UE è tutto fittizio, strumentale a poter far dire a renzi che la UE è cattiva e quindi catturare il voto di quanti vedono in lei il nemico numero 1 da affrontare. Il che nel merito è anche vero, ma non per Renzi dal momento che la sua legge di stabilità è comunque austera e sta facendo di tutto per fare arricchire i pochi (via abbattimento dell'IMU, per esempio)..oppure regalando soldi alle imprese (l'anno scorso erano gli sgravi, quest'anno la riduzione della tassa sui profitti, l'Ires).

Se Renzi avesse voluto mettere in discussione l politiche UE avrebbe dovuto eliminare il Jobs Act, la buona scuola, ma Renzi ci crede nel diritto esclusivo del capo di decidere con autorità sui rapporti e sulle risorse, nell'impresa, nella scuola, nel governo. Per questo Renzi è in piena continuità con l'UE e con le élite, con i pochi che hanno e i contro i molti che continuano ad impoverirsi.

E non è un caso che con la riforma costituzionale dall'alto potranno calare scelte come il Ponte sullo Stretto, o l'acquisto di nuove armi, la privatizzazione dell'acqua, lo stato di emergenza per scavalcare di netto il Parlamento senza dover neppure passare per il voto di fiducia. Per questo, la legge costituzionale va letta nello sbilanciamento dei raporti di forza che poi sono quelli che determinano le nostre possibilità di rivendicare e soddisfare diritti materiali, come l'istruzione per tutti, un lavoro dignitoso nei modi nei tempi e nelle retribuzioni. Votiamo No con convinzione e raccontiamo a tutti i nostri perché, che ripeto non stanno nelle geometrie istituzionali ma hanno effetti concreti.

Raccontiamolo soprattutto a chi si informa tramite la televisione dove Renzi è onnipresente e dove l'alternativa a Renzi è costruita sui Salvini di turno in modo strategico.
Il cambiamento o è per migliorare le sorti della maggioranza della popolazione o è regresso a cui dire NO!

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